Riflessioni di Viaggio

Sono trascorsi diversi mesi dal mio viaggio in Africa e i ricordi, più che mai vivi, si affollano nella mente. E' difficile descrivere e racchiudere in poche righe tutte le emozioni vissute in questa mia prima esperienza in terra di missione.
Il cammino che mi ha portato fin laggiù è stato lungo e non privo di ostacoli. Fin dall’adolescenza speravo di partire e vivere un’esperienza a servizio dei più poveri, degli ultimi della terra, ma fino all’anno scorso era rimasto solo un desiderio, un sogno nel cassetto.
Finalmente la scorsa estate questo sogno “folle” si è realizzato grazie all’aiuto ed alla disponibilità di tante persone.
Così, in un afoso pomeriggio di luglio, parto da Melito (NA), dove si trova la casa madre delle Ancelle Eucaristiche (la Congregazione di suore che ci ospiterà in Africa, fondata da madre Eucaristica Cicala), con un piccolo gruppo di persone che ancora non conosco e che saranno i miei compagni nella missione ugandese. All’aeroporto di Fiumicino incontro Colei che ha accompagnato gli ultimi 12 anni della mia vita : la Madonna di Loreto, a Lei affido il viaggio e la missione con tutte le mie ansie e paure.
Durante il volo, il buio della notte si dilegua dinanzi all’irradiarsi di un’alba infuocata e splendente. Sotto di noi l’Africa, con i lunghi corsi d’acqua che si snodano nelle sue immense distese di verde sgargiante, i piccoli villaggi di capanne sparsi qua e là nella giungla, qualche piccola città. Ecco l’Etiopia (dove facciamo scalo mettendo piede per la prima volta sulla terra africana e dove, per la prima volta, respiro a pieni polmoni l’odore dell’Africa) e poi finalmente l’Uganda, la meta del nostro viaggio.
All’aeroporto di Entebbe, situato in prossimità del lago Vittoria, ci accoglie con un sorriso e un abbraccio caloroso sr. Teresa.
Nonostante la stanchezza, durante il viaggio verso Kampala - la capitale dell’Uganda dove le suore Ancelle Eucaristiche hanno aperto da un anno una nuova casa e una scuola - cerco di osservare attentamente la nuova realtà in cui un volo di circa 8 ore mi ha catapultato. L’impatto non è dei migliori: baracche, edifici fatiscenti, piramidi di mattoni appena usciti dai forni (l'Uganda è una terra ricca di argilla), sedi di multinazionali, negozi all'aperto che vendono ogni genere di prodotti, innumerevoli rivenditori di carte telefoniche (nonostante la povertà, i telefoni cellulari sono molto diffusi), biciclette cariche di ogni cosa fino all'inverosimile, veicoli rumorosi, una fiumana di gente che, nel caldo e umido pomeriggio, cammina a piedi sul ciglio della strada o sui binari di una ferrovia (eredità dei colonizzatori inglesi e che, più che per il passaggio dei treni - ormai non ne passano quasi più - serve per orientamento a questa marea di persone che si muove in tutte le direzioni) e soprattutto un’interminabile distesa di terra rossa che si innalza ai lati della strada e in alcuni punti forma un tutt’uno con essa, essendo pochi i tratti asfaltati. Finalmente arriviamo a casa e ad accoglierci ci sono sr. Giuseppina, la superiora e fondatrice della missione, che con la sua determinazione e un’incrollabile fede nella Provvidenza in 10 anni ha realizzato imprese quasi impossibili migliorando la vita di tante persone, padre Manuel, da alcuni mesi vescovo di Soroti , sr. Stella e sr. Dorothy.
Il giorno dopo, in una mattinata piovosa (è la stagione delle piogge), il primo incontro con la gente è intenso come il profumo dei prodotti della fertile terra ugandese venduti nel caotico mercato di Kampala. Girando per le strade della città, ciò che salta subito all'occhio, venendo da un Paese “vecchio” come l'Italia, è la quasi totale assenza di anziani: si incontrano soprattutto giovani (in Uganda la durata media della vita è di 47 anni).
Il pomeriggio successivo ci si mette in cammino verso Mulagi, meta ultima del nostro viaggio. Man mano che ci si allontana dalla città, il paesaggio cambia : immense piantagioni di tè si alternano a distese di canna da zucchero, interminabili paludi e risaie cedono il passo alla giungla più fitta dove la mano dell’uomo non è mai arrivata. Ogni tanto si intravede qualche capanna e qualche bambino che fa la guardia a poche capre e che, dopo un primo momento di assoluta meraviglia nel vedere un pulmino e una jeep con dei “mzungu” (i bianchi), esplode in grida festose rincorrendoci per salutarci.
Dopo parecchie ore, ecco la missione! Lì dove fino a 10 anni prima c'era soltanto la fitta giungla africana, ora sorge la casa delle suore con la scuola professionale femminile che, con i laboratori d'informatica, di cucina, di taglio e cucito, dà la possibilità a tante ragazze di costruirsi un futuro migliore ( l'80% delle ragazze che escono dalla scuola trova subito un lavoro), il dispensario con la piccola farmacia, il laboratorio di analisi (che, sebbene usi strumenti per noi ormai desueti, è indispensabile per diagnosticare le varie malattie, soprattutto l'AIDS e la malaria -qui endemica- che flagellano questa terra spezzando tanti giovani vite), una sala parto con un'incubatrice, una bicicletta che funge da ambulanza, le panche all'aperto adibite per le vaccinazioni dei bambini (altra vittoria dell'impegno delle suore sui pregiudizi culturali della gente verso la medicina “moderna”), tre piccole stanze per accogliere le decine di malati che ogni giorno vengono curati. Sr. Christine, sr. Justine, sr. Peteline, sr. Bernadette , le giovani postulanti e Clelia accolgono gioiosamente il nostro arrivo.
I primi giorni alla missione trascorrono visitando i villaggi dove sono stati costruiti i nuovi pozzi d’acqua (in tutto 6), grazie ai fondi raccolti dall’Associazione “I CARE” di cui Antonio e Titti (due dei compagni di viaggio) sono i soci fondatori. L’incontro con la gente è molto forte. L’accoglienza che ci riservano è festosa : con danze, canti, grida di gioia per la nostra presenza lì, ci danno il benvenuto, accompagnandoci dapprima al pozzo per loro così prezioso e poi al luogo preparato per accoglierci, quasi sempre sotto un albero di mango, e manifestarci la loro immensa gratitudine. Davanti a tutti, i bambini che, con l'innato senso del ritmo proprio dei popoli africani, si muovono ballando al suono dei tamburi. Edificante il momento della preghiera, all'inizio dell'incontro, insieme ai fedeli delle altre religioni (nei villaggi visitati la maggioranza della popolazione è musulmana), segno di rispetto reciproco e di una convivenza pacifica. Ciò che colpisce maggiormente è, però, la generosità di queste persone, il loro spirito di condivisione, il donare tutto ciò che hanno; in un villaggio il giorno prima della nostra visita hanno rubato tutto il bestiame, lasciando solo quattro mucche: di queste, una è donata a noi, il dono più prezioso che possano fare. E tutto ciò per ringraziare del dono che gli è stato fatto : l’acqua, fonte di vita; così i loro figli non dovranno più percorrere chilometri per andare ad un pozzo, non si ammaleranno bevendo acqua putrida.
Tutto ciò mi fa sentire frastornata e mi disorienta : sono partita con le valigie piene delle mie “misere ricchezze” da dare, della mia voglia di fare, eppure sono io che ricevo, senza far nulla.
Lo scenario che ho sotto gli occhi è identico a quello visto tante volte in televisione e al tempo stesso diverso : ciò che non si percepisce guardando i documentari televisivi è la serenità, la gioia di vivere di queste persone.
Dopo i primi giorni trascorsi in completa crisi interiore, con un senso di impotenza che ti abbatte tanto da non riuscire nemmeno a gridare contro l’ingiustizia di un mondo sempre più egoista, chiedendomi e non capendo come mai quelle persone, pur prive di tutto, dell’essenziale perché una vita possa essere degna di questo nome, fossero così serene e felici, comincio a guardare la realtà non più con gli occhi di un’europea, con occhi cioè che vedono solo la presenza o la mancanza dei beni materiali, ma con i loro occhi, con quelli di chi sa che la cosa più importante è la gioia di vivere, condividendo con tutti il niente che si possiede.
Da quel momento inizia per me la vera missione! Giorno dopo giorno, grazie a tutti coloro che incontro sul mio cammino, capisco che non ho nulla da dare, da mettere a loro servizio se non me stessa e il mio amore.
E così le visite quotidiane agli ammalati del dispensario, alle scuole della parrocchia, alle famiglie del villaggio non hanno altro scopo se non quello di incontrare per testimoniare e condividere l’amore di Cristo.
Incontri indimenticabili. Incontro Cristo Crocifisso nel volto scarno di una bambina di 2 anni malata di malaria (basterebbe una zanzariera per proteggerli), nei bambini madidi di sudore sotto il peso di una tanica di acqua, spesso più grande di loro, portata sulla testa o trascinata da un pozzo lontano chilometri; vedo Cristo nelle loro pance gonfie a causa della malnutrizione perché qui chi è fortunato mangia qualcosa una volta al giorno, e nei loro piedi nudi e stanchi per la lunga strada fatta per andare a scuola, nei bambini della periferia di Kampala che rovistano nella montagna di spazzatura fumante in cerca di qualcosa da mangiare. Incontro Cristo nel volto di tanti giovani che non possono andare a scuola perché non possono pagarsi gli studi, nello sguardo sofferente e rassegnato degli ammalati che non possono curarsi per la mancanza di soldi, nel lavoro faticoso delle donne nei campi con il figlio più piccolo sulle spalle mentre i mariti si ubriacano al bar del villaggio, nei giovani corpi delle ragazze di città dati via in un locale pubblico in cambio di una ricchezza illusoria, nelle giovani vite dilaniate dalla droga, nella impotenza delle persone di fronte alla inestirpabile corruzione degli amministratori pubblici. Ma incontro soprattutto Cristo Risorto nel volto di un bimbo appena nato, nel pianto dei piccoli che vengono vaccinati, nei sorrisi disarmanti e negli occhi brillanti di tutti i bambini, nella loro gioia di vivere che esplode in grida festose mentre giocano, cantano e ballano spensieratamente, nelle amorevoli cure delle ragazze della scuola alle loro compagne malate al dispensario, nella nuova vita delle ragazze sfuggite, grazie all'aiuto delle suore, alle atrocità e violenze della guerra che ormai da anni dilania il nord dell'Uganda, nella fede di un popolo, nella sua grande gioia nell'accogliere e nel condividere.
Nel ricordare questi incontri il cuore si scioglie. Come non emozionarsi nel ricordare le sorelline Brenda e Fiona, orfane di entrambi i genitori, dai quali hanno purtroppo ereditato l'AIDS, che prendendomi per mano mi hanno fatto superare il terrore di quella malattia; o Moses, il piccolo Matthew e i suoi amici che ci hanno accompagnato per gli impervi e scivolosi sentieri che portavano alle cascate di Sipì, una delle tante bellezze naturali dell'Uganda; o la tenerezza dei bambini cullati tra le braccia o tenuti sulle ginocchia? Come dimenticare le parole di grande fede in Dio di un padre al capezzale della giovanissima figlia improvvisamente e gravemente malata, o quelle piene di speranza di un ragazzo di 17 anni, orfano di padre, su cui gravava la responsabilità di un’intera famiglia, o la serenità di un vecchio sofferente per un cancro terminale? Come esprimere l’allegria dei momenti trascorsi a cantare e giocare con i bambini del villaggio o di quelli in cui ti “accerchiavano” con le mani protese per prendere una caramella, il dono per loro più ambito; e la freschezza e la forza delle ragazze della scuola professionale delle suore? Come comunicare la gioia e la pace profonda dei momenti di preghiera trascorsi in intimità con il Signore nella piccola cappella delle suore o la festa della Messa comunitaria della domenica con i canti accompagnati dal suono dei tamburi e dalle voci armoniose degli uomini e delle donne che si fondevano in un meraviglioso inno di lode a Dio?
Mi chiedo quindi cosa renderò al Signore per tutta la grazia che mi ha donato, per la ricchezza dell'incontro con ogni uomo che ha messo sul mio cammino?
A Mulagi ho capito che i veri poveri siamo noi, che ci definiamo ricchi e fortunati. Siamo poveri di tempo da dedicare agli altri, abbiamo sempre fretta, tanto da non accorgerci del fratello che all'angolo della strada chiede la nostra attenzione, più che la nostra elemosina. Le nostre giornate hanno ritmi frenetici, viviamo come se avessimo i minuti contati, tanto che a volte non si ha il tempo nemmeno per un saluto, per un sorriso da regalare e così anche il nostro vicino di casa o il nostro collega di lavoro è per noi uno sconosciuto. Spesso siamo “isole” nel mare dell'umanità e “muri” che dividono, invece di essere “porti” che accolgono e “ponti” che uniscono.
A Mulagi invece è il tempo che scorre lentamente, e non l'orologio, a scandire i ritmi della giornata; vi è tempo per tutto e per tutti: per i lunghi saluti, per la condivisione, per ascoltare, per percorrere un tratto di strada insieme ad un amico, per stringere nuovi legami e per rafforzare vecchi rapporti.
Ma ciò di cui noi siamo più poveri è la gioia di vivere; infatti , nonostante abbiamo tutto, siamo sempre tristi e insoddisfatti, alla continua ricerca di un qualcosa che ci manca.
Nella missione ho capito ancora una volta e ancora di più che ciò che è veramente importante è l’amore, gratuito e disinteressato, che porta ad uscire da sé stessi e dai propri egoismi e fa vivere nella gioia, quella vera, che non viene dal possedere determinate cose, ma è la gioia evangelica di chi vive nell'umiltà, quella degli “anawim Jahvè” (i poveri di Jahvè), che viene solo da Dio.
Il distacco da questa gente meravigliosa è molto triste e commovente. Durante il viaggio di ritorno a Kampala per ripartire per l'Italia, guardo avidamente ogni cosa intorno a me (per quello che si riesce a vedere a causa della nuvola di “polvere rossa” in cui siamo immersi e che ricopre tutto ciò che è sulla strada o ai suoi lati – alberi, uomini, macchine – cambiandone il colore naturale) per custodirla per sempre nei miei ricordi, ma mi accompagna la certezza che questo è solo l'inizio di un cammino.
Non so dove mi porterà la strada che ho cominciato a percorrere - la prossima estate partirò per il Cameroun - ma ormai il fuoco inestinguibile della missione arde dentro di me: quello che prima del mio viaggio era un pensiero che mi sfiorava appena, ora è la sola cosa a cui riesco a pensare.
Per questo ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questa mia esperienza missionaria, in primis il mio vescovo, mons. Angelo Spinillo, e padre Giuseppe Buono del P.I.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere) di Napoli, poi Anna Rienzo, gli amici e miei compagni di viaggio Antonio, Titti, Paolo, Federica, Enzo e Alessia, e soprattutto quelle eccezionali donne che sono le suore Ancelle Eucaristiche di Melito e di Mulagi, che pur non conoscendomi mi hanno accolto nella loro casa e soprattutto nella loro vita, diventando per me straordinari esempi di quotidiana missionarietà.
Ringrazio la gente di Mulagi che resterà per sempre nel mio cuore, così come resterà indelebile nella mia mente quell'interminabile strada rossa che porta al villaggio e prosegue oltre, e lungo la quale si incammina, dal sorgere del sole fino al suo tramonto, un popolo con le sue gioie e i suoi dolori, le sue ansie e le sue speranze, per me figura del popolo di Dio in cammino nel deserto verso la Terra promessa dove scorre latte e miele!
E attraverso loro, ringrazio il Signore che ha voluto rendermi partecipe di una gioia così grande e la Madonna che ha accompagnato tutti i giorni il mio cammino.
Auguro a tutti, soprattutto ai giovani, il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni, anche quelli che sembrano “folli”.

MARIA ROMANELLI