Riflessioni di Viaggio

Un Viaggio verso la vita

Non è facile raccontare cosa ti spinge a decidere di partire per un’esperienza missionaria, puoi solo dire che quando la chiamata del Signore arriva, ti travolge come il più potente degli uragani.
Così ti ritrovi a vivere in una dimensione che fino ad allora hai potuto osservare solo in televisione, nei documentari, sulle riviste o, come nel mio caso, una dimensione che è stata la protagonista dei sogni più belli.
Questa dimensione si chiama più comunemente Terzo mondo.
A sole 8 ore d’aereo dall’Italia ci si scontra con una realtà dura ed incomprensibile, eppure nasconde il lato più bello e affascinante della vita.
Povertà, miseria, condizioni igienico sanitarie deplorevoli sono le protagoniste di uno scenario di vita crudele e straziante, in cui gli attori, inspiegabilmente, recitano con gioia, amore, fratellanza, comunione e carità un copione dal titolo: la gioia di vivere.
Lontana da quella realtà, che mi avrebbe poi accolto per 45 giorni, immersa in una società che ormai da tempo ha dimenticato i veri valori della vita e che si fonda sul consumismo, sul benessere, sull’egoismo e sull’indifferenza, animata da un forte spirito missionario ho deciso di partire per l’Uganda, destinazione Mulagi.
Il viaggio non è stata la cosa più semplice.
Mi sono ritrovata per la prima volta sul mezzo che più mi terrorizza, consapevole del fatto che la durata del viaggio sarebbe stata di otto ore circa.
Ma neanche questo è stato sufficiente a frenare la mia voglia di Africa.
Carica di caramelle ed in compagnia della mia inseparabile amica a sei corde, sono partita per il viaggio che avrebbe cambiato la mia vita.
Volando sopra le nuvole, accarezzando il cielo, che da lassù ha un colore ancora più intenso, quello che fino ad allora era stato solo un sogno, il mio più grande sogno, improvvisamente è diventato realtà.
Piano, piano, la magia di quell’azzurro accecante lasciò il posto ad un’immensità di verde acceso, vivo, che di tanto in tanto veniva interrotto dal bianco spumeggiante dei tanti corsi d’acqua, che fanno di quella terra una delle zone dell’Africa più ricche di vegetazione.
Una volta atterrati all’aeroporto di Entebe, l’affascinante paesaggio, che dal finestrino dell’aereo sembrava assomigliare più ad una tela impressionista, mi ha accolto con il suo forte e caratteristico odore: sono in Africa!
Solo un’ora di geep ed eccoci arrivati a Kampala capitale dell’Uganda e prima tappa del viaggio. Ad accogliermi nella casa della Congregazione Ancelle Eucaristiche ci sono suor Giuseppina, suor Stella, suor Deolinda e suor Dorothy.
Il viaggio per la missione è lungo e pieno di pericoli. La lunga strada rossa che porta a Mulagi, attraversa gli splendidi paesaggi della savana e della foresta.
Dalle 5 alle 6 ore di viaggio attraverso incredibili scenari che madre natura regala ancora intatti ad un popolo che inconsapevole li custodisce: siamo a Mulagi.
Immersa in un verde brillante la missione si sviluppa in perfetta armonia con la natura e con le esigenze di quel luogo. “Lo abbiamo scelto perché era il più povero” racconta suor Giuseppina, superiora della congregazione in Africa, ed ormai lì da 10 anni.
La casa delle suore, il dispensario e la scuola di formazione professionale sono oggi il frutto di quel impegno costato fatica, sacrificio e sofferenza ma ripagato da una gioia smisurata.
E’ l’amore di chi dona tutto se stesso per gli altri.
Suor Christine, suor Teresa, suor Petily, suor Bernadette, suor Justine e suor Giuseppina sono l’anima di questa missione che ogni giorno dona speranza e vita.
Il contatto con quella realtà, ma soprattutto l’accoglienza fraterna e sincera di quella gente, hanno fatto sì che la paura, l’emozione e il disagio iniziali lasciassero il posto ai sentimenti più belli e più forti: la commozione, lo stupore, la gioia, il desiderio di amare ed ad una irrefrenabile voglia di vivere.
Lungo tutto il viaggio gli ultimi della terra sono stati i testimoni più veri dell’amore di Cristo, sono stati dei veri maestri di vita.
Solo un luogo dove gli uomini vivono a contatto con la morte può offrire tanti esempi d’amore e di solidarietà.
Danze, canti, addobbi floreali e doni della natura sono stati il segno più bello dell’accoglienza della gente al nostro arrivo nei villaggi.
E’ così che comincio a vivere la missione. Si parte ogni giovedì per portare Gesù nei villaggi lontani dalla missione, per dare a quella gente un segno di fratellanza e comunione. Si celebra la messa insieme, si balla, si canta, si ringrazia, si dona speranza.
La gioia di averci li è così grande che privarsi dell’unico pasto al giorno per una settimana, pur di preparare il nostro pranzo, passa in secondo ordine.
Condividere insieme quel pasto, frutto dell’amore e del sacrificio, è il segno di ringraziamento più forte della loro ospitalità.
Nonostante il terrore di prendere qualche malattia, quello è l’unico modo per testimoniare la nostra amicizia, far vedere che li consideriamo nostri fratelli, far vedere che li amiamo come li ama anche quel Dio con il quale viviamo e per il quale viviamo.
Quella gente ha bisogno di essere amata, di sentirsi considerata.
L’incontro con i bambini mi suscitava sempre l’emozione più forte.
Erano loro, quelle meravigliose creature, che all’arrivo nei villaggi ci correvano incontro, ci travolgevano come un fiume in piena. Bastava una caramella, spesso condivisa, passata qua e la tra tante boccucce affamate, per farli esplodere di gioia. Nessuno può restare senza, tutti devo sentire, anche solo per un istante, quel sapore che presto resterà solo un felice ricordo. Che lezione di vita! E’ la solidarietà, la fratellanza di chi non possiede nulla ma è pronto a condividere con il proprio fratello quel poco che ha.
Quei piccoli esseri innocenti, nutriti di miseria e dai quali, ad ogni istante, erompe la vita, con la loro spensieratezza, la loro gioia di vivere, i loro magici sorrisi, ed i loro visi scuri rallegrati da sguardi luminosi e bianche corone di denti, coloravano di bellezza tutto quel triste universo.
Con la loro splendente freschezza e i loro giochi, quelle piccole anime riuscivano a trasformare quei luoghi dolenti in luoghi di festa.
Ed è proprio lì che, giorno dopo giorno, i nostri piccoli fratelli scoprono la dura scuola della vita, imparando a sbrigarsela da soli fin da piccoli.
I loro giochi sono giochi concreti, semplici come: sassi, pezzi di legno, e tutto ciò che la natura offre. L’assenza di oggetti elettrici, automatici e meccanici, alimenta il loro istinto di creatività, così sono costretti ad inventarsi i loro giocattoli.
Questo legame diretto con gli oggetti e la comunione con la natura lasceranno nella loro vita un segno profondo, che si rifletterà nei valori più belli: l’amore, il rispetto, la condivisione, la solidarietà, il sacrificio.
Un impatto diverso ha avuto su di me la visita nei villaggi alle famiglie ammalate.
In compagnia di don Michele e suor Christine abbiamo girato di villaggio in villaggio per portare benedizione, conforto, assistenza e qualche dono alle famiglie ammalate.
Credevo di essere impotente di fronte a quella realtà, che né il mio cuore né la mia mente voleva accettare.
Eppure qualcosa di inconsueto, d’inspiegabile mi ha colpito ancora una volta.
Sul viso di quei bambini, di quella gente era impressa una pace disarmante.
Erano sofferenti, martoriati, sfiniti, ma non affranti.
“Nel nostro cammino abbiamo incontrato tanti fratelli e sorelle crocifissi dalla sofferenza, eppure quei luoghi, per tanti aspetti così disumani, offrivano ciò che nessun ospedale gli avrebbe potuto dare. Quegli uomini distrutti non mancavano d’amore.
L’insegnamento più grande è venuto proprio da loro: quegli uomini afflitti pregavano per i loro fratelli che soffrivano come loro, perché sapevano che la loro sofferenza non era inutile.
La loro sofferenza è come la sofferenza di Cristo sulla croce.
Cristo vuole usare la sua sofferenza per aiutare altri esseri a sopportare la loro.
Ecco perché la nostra preghiera non deve essere dolorosa e compassionevole, ma di speranza, la speranza di Cristo risorto”.
E’ facile adesso capire perché quegli uomini afflitti, lacerati dalla fame e dalle malattie, incomprensibilmente, come per miracolo, non portano il segno della piaga più terribile che colpisce la generazione di noi figli del benessere: il male di vivere.
Sono partita credendo di poter aiutare quella gente donandole la mia ricchezza.
Ho compreso, invece, che proprio quella ricchezza, su cui noi costruiamo la nostra vita, ci rende poveri e vuoti scoprendo che la vera ricchezza, quella dell’anima, nasce dalla povertà, dall’umiltà e dalla semplicità.
Anna Rienzo