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"UN VIAGGIO VERSO LA VITA"
Non è facile raccontare cosa ti spinge a decidere di partire per un’esperienza missionaria, puoi solo dire che quando la chiamata del Signore arriva, ti travolge come il più potente degli uragani.
Così ti ritrovi a vivere in una dimensione che fino ad allora hai potuto osservare solo in televisione, nei documentari, sulle riviste o, come nel mio caso, una dimensione che è stata la protagonista dei sogni più belli.
Questa dimensione si chiama più comunemente Terzo mondo.
A sole 8 ore d’aereo dall’Italia ci si scontra con una realtà dura ed incomprensibile, eppure nasconde il lato più bello e affascinante della vita.
Povertà, miseria, condizioni igienico sanitarie deplorevoli sono le protagoniste di uno scenario di vita crudele e straziante, in cui gli attori, inspiegabilmente, recitano con gioia, amore, fratellanza, comunione e carità un copione dal titolo: la gioia di vivere.
Lontana da quella realtà, che mi avrebbe poi accolto per 45 giorni, immersa in una società che ormai da tempo ha dimenticato i veri valori della vita e che si fonda sul consumismo, sul benessere, sull’egoismo e sull’indifferenza, animata da un forte spirito missionario ho deciso di partire per l’Uganda, destinazione Mulagi.
Il viaggio non è stata la cosa più semplice.
Mi sono ritrovata per la prima volta sul mezzo che più mi terrorizza, consapevole del fatto che la durata del viaggio sarebbe stata di otto ore circa.
Ma neanche questo è stato sufficiente a frenare la mia voglia di Africa.
Carica di caramelle ed in compagnia della mia inseparabile amica a sei corde, sono partita per il viaggio che avrebbe cambiato la mia vita.
Volando sopra le nuvole, accarezzando il cielo, che da lassù ha un colore ancora più intenso, quello che fino ad allora era stato solo un sogno, il mio più grande sogno, improvvisamente è diventato realtà.
Piano, piano, la magia di quell’azzurro accecante lasciò il posto ad un’immensità di verde acceso, vivo, che di tanto in tanto veniva interrotto dal bianco spumeggiante dei tanti corsi d’acqua, che fanno di quella terra una delle zone dell’Africa più ricche di vegetazione.
Una volta atterrati all’aeroporto di Entebe, l’affascinante paesaggio, che dal finestrino dell’aereo sembrava assomigliare più ad una tela impressionista, mi ha accolto con il suo forte e caratteristico odore: sono in Africa!
Solo un’ora di geep ed eccoci arrivati a Kampala capitale dell’Uganda e prima tappa del viaggio. Ad accogliermi nella casa della Congregazione Ancelle Eucaristiche ci sono suor Giuseppina, suor Stella, suor Deolinda e suor Dorothy.
Il viaggio per la missione è lungo e pieno di pericoli. La lunga strada rossa che porta a Mulagi, attraversa gli splendidi paesaggi della savana e della foresta.
Dalle 5 alle 6 ore di viaggio attraverso incredibili scenari che madre natura regala ancora intatti ad un popolo che inconsapevole li custodisce: siamo a Mulagi.
Immersa in un verde brillante la missione si sviluppa in perfetta armonia con la natura e con le esigenze di quel luogo. “Lo abbiamo scelto perché era il più povero” racconta suor Giuseppina, superiora della congregazione in Africa, ed ormai lì da 10 anni.
La casa delle suore, il dispensario e la scuola di formazione professionale sono oggi il frutto di quel impegno costato fatica, sacrificio e sofferenza ma ripagato da una gioia smisurata.
E’ l’amore di chi dona tutto se stesso per gli altri.
Suor Christine, suor Teresa, suor Petily, suor Bernadette, suor Justine e suor Giuseppina sono l’anima di questa missione che ogni giorno dona speranza e vita.
Il contatto con quella realtà, ma soprattutto l’accoglienza fraterna e sincera di quella gente, hanno fatto sì che la paura, l’emozione e il disagio iniziali lasciassero il posto ai sentimenti più belli e più forti: la commozione, lo stupore, la gioia, il desiderio di amare ed ad una irrefrenabile voglia di vivere.
Lungo tutto il viaggio gli ultimi della terra sono stati i testimoni più veri dell’amore di Cristo, sono stati dei veri maestri di vita.
Solo un luogo dove gli uomini vivono a contatto con la morte può offrire tanti esempi d’amore e di solidarietà.
Danze, canti, addobbi floreali e doni della natura sono stati il segno più bello dell’accoglienza della gente al nostro arrivo nei villaggi.
E’ così che comincio a vivere la missione. Si parte ogni giovedì per portare Gesù nei villaggi lontani dalla missione, per dare a quella gente un segno di fratellanza e comunione. Si celebra la messa insieme, si balla, si canta, si ringrazia, si dona speranza.
La gioia di averci li è così grande che privarsi dell’unico pasto al giorno per una settimana, pur di preparare il nostro pranzo, passa in secondo ordine.
Condividere insieme quel pasto, frutto dell’amore e del sacrificio, è il segno di ringraziamento più forte della loro ospitalità.
Nonostante il terrore di prendere qualche malattia, quello è l’unico modo per testimoniare la nostra amicizia, far vedere che li consideriamo nostri fratelli, far vedere che li amiamo come li ama anche quel Dio con il quale viviamo e per il quale viviamo.
Quella gente ha bisogno di essere amata, di sentirsi considerata.
L’incontro con i bambini mi suscitava sempre l’emozione più forte.
Erano loro, quelle meravigliose creature, che all’arrivo nei villaggi ci correvano incontro, ci travolgevano come un fiume in piena. Bastava una caramella, spesso condivisa, passata qua e la tra tante boccucce affamate, per farli esplodere di gioia. Nessuno può restare senza, tutti devo sentire, anche solo per un istante, quel sapore che presto resterà solo un felice ricordo. Che lezione di vita! E’ la solidarietà, la fratellanza di chi non possiede nulla ma è pronto a condividere con il proprio fratello quel poco che ha.
Quei piccoli esseri innocenti, nutriti di miseria e dai quali, ad ogni istante, erompe la vita, con la loro spensieratezza, la loro gioia di vivere, i loro magici sorrisi, ed i loro visi scuri rallegrati da sguardi luminosi e bianche corone di denti, coloravano di bellezza tutto quel triste universo.
Con la loro splendente freschezza e i loro giochi, quelle piccole anime riuscivano a trasformare quei luoghi dolenti in luoghi di festa.
Ed è proprio lì che, giorno dopo giorno, i nostri piccoli fratelli scoprono la dura scuola della vita, imparando a sbrigarsela da soli fin da piccoli.
I loro giochi sono giochi concreti, semplici come: sassi, pezzi di legno, e tutto ciò che la natura offre. L’assenza di oggetti elettrici, automatici e meccanici, alimenta il loro istinto di creatività, così sono costretti ad inventarsi i loro giocattoli.
Questo legame diretto con gli oggetti e la comunione con la natura lasceranno nella loro vita un segno profondo, che si rifletterà nei valori più belli: l’amore, il rispetto, la condivisione, la solidarietà, il sacrificio.
Un impatto diverso ha avuto su di me la visita nei villaggi alle famiglie ammalate.
In compagnia di don Michele e suor Christine abbiamo girato di villaggio in villaggio per portare benedizione, conforto, assistenza e qualche dono alle famiglie ammalate.
Credevo di essere impotente di fronte a quella realtà, che né il mio cuore né la mia mente voleva accettare.
Eppure qualcosa di inconsueto, d’inspiegabile mi ha colpito ancora una volta.
Sul viso di quei bambini, di quella gente era impressa una pace disarmante.
Erano sofferenti, martoriati, sfiniti, ma non affranti.
“Nel nostro cammino abbiamo incontrato tanti fratelli e sorelle crocifissi dalla sofferenza, eppure quei luoghi, per tanti aspetti così disumani, offrivano ciò che nessun ospedale gli avrebbe potuto dare. Quegli uomini distrutti non mancavano d’amore.
L’insegnamento più grande è venuto proprio da loro: quegli uomini afflitti pregavano per i loro fratelli che soffrivano come loro, perché sapevano che la loro sofferenza non era inutile.
La loro sofferenza è come la sofferenza di Cristo sulla croce.
Cristo vuole usare la sua sofferenza per aiutare altri esseri a sopportare la loro.
Ecco perché la nostra preghiera non deve essere dolorosa e compassionevole, ma di speranza, la speranza di Cristo risorto”.
E’ facile adesso capire perché quegli uomini afflitti, lacerati dalla fame e dalle malattie, incomprensibilmente, come per miracolo, non portano il segno della piaga più terribile che colpisce la generazione di noi figli del benessere: il male di vivere.
Sono partita credendo di poter aiutare quella gente donandole la mia ricchezza.
Ho compreso, invece, che proprio quella ricchezza, su cui noi costruiamo la nostra vita, ci rende poveri e vuoti scoprendo che la vera ricchezza, quella dell’anima, nasce dalla povertà, dall’umiltà e dalla semplicità.
Anna Rienzo
IL NOSTRO IMPEGNO: I CARE ONLUS
L’ esperienza sul campo ci ha dato la possibilità di comprendere e vivere che la fame, la sete, la mancanza di istruzione, le malattie e la miseria non sono mali inevitabili. La loro crescita smisurata è solo la triste conseguenza di uno stile di vita sempre più impregnato di egoismo. Nel mondo che viviamo non c’è più posto per il più debole. Dalle ultime stime fatte si calcola che l’80% della popolazione mondiale vive in condizioni di assoluta miseria, sfruttando solo il 20% di tutte le risorse del pianeta: è il TERZO MONDO. Il restante 20% della popolazione mondiale vive, invece, nell’agio e nello spreco, avendo a disposizione l’80% di tutte le risorse del pianeta. Dall'opinione pubblica dei paesi più ricchi la fame e la sete del Terzo mondo sono considerate come l'effetto perverso di situazioni inevitabili, tipiche dei paesi più poveri (ad es. il clima, l'arretratezza tecnologica, gli alti tassi di natalità, ecc.). Una convinzione di questo genere porta a due atteggiamenti: rassegnazione-indifferenza, oppure, nel migliore dei casi, compassione-elemosina. In nessun caso si mettono in discussione i meccanismi economici e sociali che legano il Sud al Nord del mondo. Si calcola oggi che nel mondo più di un miliardo e 300 milioni di persone (circa 1/3 della popolazione mondiale) ha un’alimentazione insufficiente. Il 61% del totale delle calorie di cui dispone in media ciascun abitante del terzo mondo proviene dal consumo dei cereali.
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Se l’enorme quantità di cereali, prodotti nei paesi sviluppati, destinati all’alimentazione del bestiame venisse impiegata direttamente nell’alimentazione umana, si potrebbero nutrire ben 2 miliardi e 500 milioni di persone. La causa primaria della fame del mondo non sta in una produzione alimentare insufficiente, ma nell’impossibilità per i più poveri di acquistare gli alimenti prodotti. Mentre nei paesi sviluppati la spesa alimentare rappresenta il 20% del reddito familiare, nei paesi più poveri, invece, la spesa alimentare costituisce fino all’80% del reddito familiare. Da noi la povertà raramente comporta fame e denutrizione, nel terzo mondo, povertà significa subito fame.
A questo triste e sconfortante scenario si aggiunge l’enorme piaga delle malattie, resa ancora più grave dall’inadeguatezza dei pochi centri medici esistenti, dalla mancanza di aiuti consistenti da parte dei Paesi ricchi e dal problema dell’acqua.
Gli ospedali ed i centri medici esistenti operano solo nei grandi centri lasciando al caso, alle cure fai da te e all’opera delle missioni milioni di persone che vivono nei villaggi e che per loro sfortuna non possono in alcun modo raggiungere questi luoghi.
L’Uganda ha una popolazione di oltre 25,8 milioni di abitanti ed un tasso di crescita della popolazione del 4,4% annuo, il terzo più alto del mondo.
Le donne ed i bambini vivono in gravi condizioni di vita. Ogni 1000 bambini nati vivi, 140 muoiono prima del quinto anno di età, 81 non superano il primo anno di vita.
Appena il 48% delle donne in gravidanza è vaccinato contro il tetano neo natale, tra le principali cause di mortalità materna ed infantile: ogni 100.000 parti, 880 donne muoiono per complicazioni legate alla gravidanza, appena il 38% viene assistito da personale sanitario preparato. Si calcola oggi che in Africa circa il 75% della popolazione rurale non ha acqua potabile.
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La disponibilità di risorse idriche e la possibilità di accedervi da parte di tutti sono una delle principali fonti di vita e di sviluppo per ogni popolazione: acqua vuol dire vita.
L'utilizzo di acqua contaminata è all'origine delle malattie più diffuse: dissenteria ed infezioni intestinali. In questi luoghi di miseria il 90% delle malattie è trasmesso dall'acqua.
In Africa 4 decessi su 5 sono dovuti a malattie correlate all'acqua, malaria inclusa.
A tutto questo si aggiunge la mancanza di istruzione. 121 milioni di bambini nel mondo non vanno a scuola neppure un solo giorno della propria vita. Più della metà sono bambine.
A negare loro questi diritti sono le conseguenze della povertà, i pregiudizi e le pratiche discriminatorie, come i matrimoni precoci. Eppure è dimostrato che una bambina che ha studiato tenderà a sposarsi più tardi, avrà meno figli e li crescerà più sani e istruiti. Saprà proteggersi meglio dai rapporti sessuali indesiderati e dal contagio dell’AIDS. Assumerà un ruolo economico, politico e sociale più incisivo.


Le immagini dei giornali e della televisione come i racconti di qualche “folle sognatore” riescono solo a farci vivere qualche attim "Le immagini dei giornali e della televisione come i racconti di qualche “folle sognatore” riescono solo a farci vivere qualche attimo di compassionevole pietà che nulla è a confronto di quella realtà tanto ricca di vita ed al tempo stesso cruda e sconvolgente. Così alla fine di un documentario, di una testimonianza e perché no, della vacanza tanto attesa trascorsa a solo pochi chilometri dal quel deplorevole spettacolo, i nostri occhi, alla continua ricerca dell’agio, del benessere e del divertimento, si chiudono lasciando il posto all’indifferenza più totale per la sofferenza altrui. Ma sono davvero loro, i poveri, i protagonisti di questo ingiusto spettacolo? Forse non sanno neanche di stare su un palcoscenico a recitare la parte dei “meno fortunati”. Allo spettacolo “La Gioia di Vivere” io c’ero. Seduta in prima fila ho ascoltato le voci e raccolto gli sguardi di quegli attori, sempre veri, che con umiltà e dignità mi hanno applaudito per essere li con loro in quella che io oggi chiamo “la sfida dell’amore”. Il prezzo di quel biglietto vale più della vita. Oggi siamo qua a proporvi un nuovo spettacolo dal titolo “Solidarietà”. Questa volta i protagonisti siamo noi i “più fortunati”. Il teatro è pieno in ogni suo posto, la gente, serena, attende solo che il sipario si apra. Lo spettacolo comincia!
Tante sono state le iniziative proposte quest’anno dalla nostra associazione a sostegno della missione. Iniziative che hanno coinvolto tutte le fasce di età, dai bambini, con il salvadanaio missionario portato nelle varie scuole della provincia di Napoli, ai giovani, con il calendario di Mulagi, agli adulti, con il 5 per 1000.
La creazione di un sito internet ci ha dato poi la possibilità di poterci inserire, con foto, racconti, progetti, richieste e tanto altro materiale, all’interno del più potente mezzo di comunicazione esistente: la rete internet.
Così andiamo avanti, cercando sempre nuove idee da concretizzare come quella delle cassette per la raccolta dei soldi nei negozi o degli stands alle feste o ancora quella dei progetti presentati alle grandi aziende.
E non dimentichiamo poi le tante serate, le feste e tutte le iniziative che con l’aiuto di qualche big come “RADIO MARTE” si riescono ad organizzare.
La missione è diventata per noi un impegno di vita. 365 giorni all’anno trascorsi con la consapevolezza che non si può restare indifferenti di fronte alla povertà ed alla sofferenza.
Ci sono miliardi di persone che aspettano un segno d’amore, se ognuno di noi gli tendesse le mani con forza nessuno si stancherebbe di sollevarli.
La motivazione principale, così, che ci spinge ad appoggiare la Missione di Mulagi e le suore Ancelle Eucaristiche è la continuità che vogliamo dare al loro lavoro e la voglia di non abbandonare mai questo processo a favore dei più poveri." Anna Rienzo

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"Ho visto nascere e crescere la missione di Mulagi e prima di partire credevo di sapere tutto dell’Africa, dell’Uganda.
Credevo di avere visto già tutto nelle foto di chi mi aveva preceduto.
Quando sono andata la prima volta in Uganda sono partita piena di buone intenzioni e con l’ idea che avrei fatto centinaia di foto per testimoniare a tutti quanto avevo visto…
..E invece al primo impatto in un villaggio..
La realtà ha superato l’immaginazione, mi è mancato il fiato, ci ho messo tre giorni per fare la prima fotografia, ero paralizzata di fronte a tanta povertà, miseria e dignità al tempo stesso.
Si vedono lungo le strade mani di bambini che salutano.. vivono nella melma, in capanne precarie.
Si vede gente rassegnata a malattie gravi come l’aids e la malaria e che comunque ha la forza di sorriderti.
Si vedono bambini che giocano su cumuli di immondizia, su cataste di scheletri di pesce messi ad essiccare perché dicevano che… era buono per farci il brodo.
Ho visto una donna che scavava a testa in giù su un cumulo di spazzatura mentre il suo bambino..seminudo…acchiappava al volo quello che lei scartava e gli lanciava…Non ho avuto il coraggio di fotografarla…mi sembrava di privarla della sua dignità..perchè è questo che ti colpisce..la loro dignità.
Sarà anche un posto “senza acqua”…ma quando stai in mezzo a quella gente si fa un vero e proprio bagno di umanità…
Stai con loro, li abbracci, gli stringi la mano, ..sono incredibilmente ospitali e sorridenti…pur essendo gente che ha come scopo immediato quello di sopravvivere.
Di fronte a tutto questo vorresti strapparti tutto quello che hai addosso, per fare qualcosa per loro...
L’anno scorso i miei amici mi prendevano in giro perché io in un villaggio che non aveva acqua…dissi che volevo vendermi l’orologio di mio marito per far scavare un pozzo…!!!
Inizialmente, in effetti, sei disorientata, riesce difficile capire ciò che è meglio fare. Si danno le caramelle, i biscotti, ma dopo un po’ realizzi che non è quello il modo di aiutarli davvero.
Ed ecco che..lo scopo dell’esperienza in Uganda...ha subito trovato un senso pratico, diretto…
Quello di testimoniare..qual è la realtà di gente che ha avuto la sfortuna di nascere al posto sbagliato.
Sembrerà banale…ma la prima cosa che afferri..è quanto noi siamo fortunati.
Quanti di noi farebbero km a piedi con una tanica sulla testa per portare ogni sera l’acqua nella propria capanna?
Quanti di noi riuscirebbero a vivere senza bere giorni e giorni…senza mangiare?
E così vivono quasi tutti in Uganda, adulti e bambini.
Quindi, dopo qualche giorno di smarrimento, vedendo da vicino a Mulagi, la missione, l’ambulatorio, la scuola di formazione, la gente che gravita intorno alla missione, mi sono resa conto che quello che le suore hanno creato nella giungla è un vero miracolo!
Quest’anno a luglio sono tornata lì con il mio socio Antonio Mallardo e con altri amici e abbiamo inaugurato 6 pozzi nuovi in sei differenti villaggi grazie a una lunga raccolta di fondi. Siamo tornati lì a distanza di un anno, in mezzo a quella gente a cui avevamo promesso aiuto e abbiamo visto concretamente realizzati i sacrifici nostri e di tutti quelli che ci aiutano.
L’accoglienza dei villaggi è incredibile. In ogni villaggio c’è l’incontro con le autorità, gli studenti, la gente e tutto avviene all’ombra di un albero di mango. L’accoglienza è calda, commovente, fatta non solo di discorsi ma anche di musica, di danze, per avere ricevuto un bene così importante...
Una donna si avvicinò e disse che finalmente i suoi figli potevano andare a scuola invece che andare a prendere l’acqua ai pozzi distanti decine di km.
E’stato bellissimo vedere la loro organizzazione affinché il pozzo fosse gestito correttamente… la gente si autotassa per garantire la manutenzione del pozzo.
Una delle cose che più mi ha colpito è stato ricevere in dono un vitello; la gente si priva di quanto di più prezioso ha, pur sapendo che non hanno di che mangiare...e così capisci quanto grande è il dono dell’acqua.
Insomma, andare in Uganda mi ha fatto sentire ancora una volta e con più forza che quello che noi facciamo è un modo vero di aiutarli: non semplice carità, non elemosina fine a se stessa…non regalare una banconota e liberarsi la coscienza, …ma creare una cultura diversa della vita … stendere le basi per renderli autonomi…dare opportunità di lavoro…offrir loro una qualità di vita migliore…
E' un impegno senza dubbio più pesante, un po’ più diretto e personale, si tratta di raccogliere, organizzare, distribuire portare i fondi sul posto e controllare come vengono spesi, ma vedendo i risultati capisci quanto ne valga la pena.
Ed ora… reduce ancora una volta dall'Uganda, ancor più approvo, apprezzo, condivido e voglio aiutare quella suora assolutamente eccezionale che è Suor Giuseppina, che a 50 anni programma i prossimi 20-30 anni per costruire scuole, ambulatori, pozzi.
..Aiutare lei e tutti quelli che come lei hanno ancora… il sogno di aiutare gli altri e lo vivono fino in fondo."
Titti Angarano
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COSA RENDERO’ AL SIGNORE PER QUANTO MI HA DATO?
Sono trascorsi diversi mesi dal mio viaggio in Africa e i ricordi, più che mai vivi, si affollano nella mente. E' difficile descrivere e racchiudere in poche righe tutte le emozioni vissute in questa mia prima esperienza in terra di missione.
Il cammino che mi ha portato fin laggiù è stato lungo e non privo di ostacoli. Fin dall’adolescenza speravo di partire e vivere un’esperienza a servizio dei più poveri, degli ultimi della terra, ma fino all’anno scorso era rimasto solo un desiderio, un sogno nel cassetto.
Finalmente la scorsa estate questo sogno “folle” si è realizzato grazie all’aiuto ed alla disponibilità di tante persone.
Così, in un afoso pomeriggio di luglio, parto da Melito (NA), dove si trova la casa madre delle Ancelle Eucaristiche (la Congregazione di suore che ci ospiterà in Africa, fondata da madre Eucaristica Cicala), con un piccolo gruppo di persone che ancora non conosco e che saranno i miei compagni nella missione ugandese. All’aeroporto di Fiumicino incontro Colei che ha accompagnato gli ultimi 12 anni della mia vita : la Madonna di Loreto, a Lei affido il viaggio e la missione con tutte le mie ansie e paure.
Durante il volo, il buio della notte si dilegua dinanzi all’irradiarsi di un’alba infuocata e splendente. Sotto di noi l’Africa, con i lunghi corsi d’acqua che si snodano nelle sue immense distese di verde sgargiante, i piccoli villaggi di capanne sparsi qua e là nella giungla, qualche piccola città. Ecco l’Etiopia (dove facciamo scalo mettendo piede per la prima volta sulla terra africana e dove, per la prima volta, respiro a pieni polmoni l’odore dell’Africa) e poi finalmente l’Uganda, la meta del nostro viaggio.
All’aeroporto di Entebbe, situato in prossimità del lago Vittoria, ci accoglie con un sorriso e un abbraccio caloroso sr. Teresa.
Nonostante la stanchezza, durante il viaggio verso Kampala - la capitale dell’Uganda dove le suore Ancelle Eucaristiche hanno aperto da un anno una nuova casa e una scuola - cerco di osservare attentamente la nuova realtà in cui un volo di circa 8 ore mi ha catapultato. L’impatto non è dei migliori: baracche, edifici fatiscenti, piramidi di mattoni appena usciti dai forni (l'Uganda è una terra ricca di argilla), sedi di multinazionali, negozi all'aperto che vendono ogni genere di prodotti, innumerevoli rivenditori di carte telefoniche (nonostante la povertà, i telefoni cellulari sono molto diffusi), biciclette cariche di ogni cosa fino all'inverosimile, veicoli rumorosi, una fiumana di gente che, nel caldo e umido pomeriggio, cammina a piedi sul ciglio della strada o sui binari di una ferrovia (eredità dei colonizzatori inglesi e che, più che per il passaggio dei treni - ormai non ne passano quasi più - serve per orientamento a questa marea di persone che si muove in tutte le direzioni) e soprattutto un’interminabile distesa di terra rossa che si innalza ai lati della strada e in alcuni punti forma un tutt’uno con essa, essendo pochi i tratti asfaltati. Finalmente arriviamo a casa e ad accoglierci ci sono sr. Giuseppina, la superiora e fondatrice della missione, che con la sua determinazione e un’incrollabile fede nella Provvidenza in 10 anni ha realizzato imprese quasi impossibili migliorando la vita di tante persone, padre Manuel, da alcuni mesi vescovo di Soroti , sr. Stella e sr. Dorothy.
Il giorno dopo, in una mattinata piovosa (è la stagione delle piogge), il primo incontro con la gente è intenso come il profumo dei prodotti della fertile terra ugandese venduti nel caotico mercato di Kampala. Girando per le strade della città, ciò che salta subito all'occhio, venendo da un Paese “vecchio” come l'Italia, è la quasi totale assenza di anziani: si incontrano soprattutto giovani (in Uganda la durata media della vita è di 47 anni).
Il pomeriggio successivo ci si mette in cammino verso Mulagi, meta ultima del nostro viaggio. Man mano che ci si allontana dalla città, il paesaggio cambia : immense piantagioni di tè si alternano a distese di canna da zucchero, interminabili paludi e risaie cedono il passo alla giungla più fitta dove la mano dell’uomo non è mai arrivata. Ogni tanto si intravede qualche capanna e qualche bambino che fa la guardia a poche capre e che, dopo un primo momento di assoluta meraviglia nel vedere un pulmino e una jeep con dei “mzungu” (i bianchi), esplode in grida festose rincorrendoci per salutarci.
Dopo parecchie ore, ecco la missione! Lì dove fino a 10 anni prima c'era soltanto la fitta giungla africana, ora sorge la casa delle suore con la scuola professionale femminile che, con i laboratori d'informatica, di cucina, di taglio e cucito, dà la possibilità a tante ragazze di costruirsi un futuro migliore ( l'80% delle ragazze che escono dalla scuola trova subito un lavoro), il dispensario con la piccola farmacia, il laboratorio di analisi (che, sebbene usi strumenti per noi ormai desueti, è indispensabile per diagnosticare le varie malattie, soprattutto l'AIDS e la malaria -qui endemica- che flagellano questa terra spezzando tanti giovani vite), una sala parto con un'incubatrice, una bicicletta che funge da ambulanza, le panche all'aperto adibite per le vaccinazioni dei bambini (altra vittoria dell'impegno delle suore sui pregiudizi culturali della gente verso la medicina “moderna”), tre piccole stanze per accogliere le decine di malati che ogni giorno vengono curati. Sr. Christine, sr. Justine, sr. Peteline, sr. Bernadette , le giovani postulanti e Clelia accolgono gioiosamente il nostro arrivo.
I primi giorni alla missione trascorrono visitando i villaggi dove sono stati costruiti i nuovi pozzi d’acqua (in tutto 6), grazie ai fondi raccolti dall’Associazione “I CARE” di cui Antonio e Titti (due dei compagni di viaggio) sono i soci fondatori. L’incontro con la gente è molto forte. L’accoglienza che ci riservano è festosa : con danze, canti, grida di gioia per la nostra presenza lì, ci danno il benvenuto, accompagnandoci dapprima al pozzo per loro così prezioso e poi al luogo preparato per accoglierci, quasi sempre sotto un albero di mango, e manifestarci la loro immensa gratitudine. Davanti a tutti, i bambini che, con l'innato senso del ritmo proprio dei popoli africani, si muovono ballando al suono dei tamburi. Edificante il momento della preghiera, all'inizio dell'incontro, insieme ai fedeli delle altre religioni (nei villaggi visitati la maggioranza della popolazione è musulmana), segno di rispetto reciproco e di una convivenza pacifica. Ciò che colpisce maggiormente è, però, la generosità di queste persone, il loro spirito di condivisione, il donare tutto ciò che hanno; in un villaggio il giorno prima della nostra visita hanno rubato tutto il bestiame, lasciando solo quattro mucche: di queste, una è donata a noi, il dono più prezioso che possano fare. E tutto ciò per ringraziare del dono che gli è stato fatto : l’acqua, fonte di vita; così i loro figli non dovranno più percorrere chilometri per andare ad un pozzo, non si ammaleranno bevendo acqua putrida.
Tutto ciò mi fa sentire frastornata e mi disorienta : sono partita con le valigie piene delle mie “misere ricchezze” da dare, della mia voglia di fare, eppure sono io che ricevo, senza far nulla.
Lo scenario che ho sotto gli occhi è identico a quello visto tante volte in televisione e al tempo stesso diverso : ciò che non si percepisce guardando i documentari televisivi è la serenità, la gioia di vivere di queste persone.
Dopo i primi giorni trascorsi in completa crisi interiore, con un senso di impotenza che ti abbatte tanto da non riuscire nemmeno a gridare contro l’ingiustizia di un mondo sempre più egoista, chiedendomi e non capendo come mai quelle persone, pur prive di tutto, dell’essenziale perché una vita possa essere degna di questo nome, fossero così serene e felici, comincio a guardare la realtà non più con gli occhi di un’europea, con occhi cioè che vedono solo la presenza o la mancanza dei beni materiali, ma con i loro occhi, con quelli di chi sa che la cosa più importante è la gioia di vivere, condividendo con tutti il niente che si possiede.
Da quel momento inizia per me la vera missione! Giorno dopo giorno, grazie a tutti coloro che incontro sul mio cammino, capisco che non ho nulla da dare, da mettere a loro servizio se non me stessa e il mio amore.
E così le visite quotidiane agli ammalati del dispensario, alle scuole della parrocchia, alle famiglie del villaggio non hanno altro scopo se non quello di incontrare per testimoniare e condividere l’amore di Cristo.
Incontri indimenticabili. Incontro Cristo Crocifisso nel volto scarno di una bambina di 2 anni malata di malaria (basterebbe una zanzariera per proteggerli), nei bambini madidi di sudore sotto il peso di una tanica di acqua, spesso più grande di loro, portata sulla testa o trascinata da un pozzo lontano chilometri; vedo Cristo nelle loro pance gonfie a causa della malnutrizione perché qui chi è fortunato mangia qualcosa una volta al giorno, e nei loro piedi nudi e stanchi per la lunga strada fatta per andare a scuola, nei bambini della periferia di Kampala che rovistano nella montagna di spazzatura fumante in cerca di qualcosa da mangiare. Incontro Cristo nel volto di tanti giovani che non possono andare a scuola perché non possono pagarsi gli studi, nello sguardo sofferente e rassegnato degli ammalati che non possono curarsi per la mancanza di soldi, nel lavoro faticoso delle donne nei campi con il figlio più piccolo sulle spalle mentre i mariti si ubriacano al bar del villaggio, nei giovani corpi delle ragazze di città dati via in un locale pubblico in cambio di una ricchezza illusoria, nelle giovani vite dilaniate dalla droga, nella impotenza delle persone di fronte alla inestirpabile corruzione degli amministratori pubblici. Ma incontro soprattutto Cristo Risorto nel volto di un bimbo appena nato, nel pianto dei piccoli che vengono vaccinati, nei sorrisi disarmanti e negli occhi brillanti di tutti i bambini, nella loro gioia di vivere che esplode in grida festose mentre giocano, cantano e ballano spensieratamente, nelle amorevoli cure delle ragazze della scuola alle loro compagne malate al dispensario, nella nuova vita delle ragazze sfuggite, grazie all'aiuto delle suore, alle atrocità e violenze della guerra che ormai da anni dilania il nord dell'Uganda, nella fede di un popolo, nella sua grande gioia nell'accogliere e nel condividere.
Nel ricordare questi incontri il cuore si scioglie. Come non emozionarsi nel ricordare le sorelline Brenda e Fiona, orfane di entrambi i genitori, dai quali hanno purtroppo ereditato l'AIDS, che prendendomi per mano mi hanno fatto superare il terrore di quella malattia; o Moses, il piccolo Matthew e i suoi amici che ci hanno accompagnato per gli impervi e scivolosi sentieri che portavano alle cascate di Sipì, una delle tante bellezze naturali dell'Uganda; o la tenerezza dei bambini cullati tra le braccia o tenuti sulle ginocchia? Come dimenticare le parole di grande fede in Dio di un padre al capezzale della giovanissima figlia improvvisamente e gravemente malata, o quelle piene di speranza di un ragazzo di 17 anni, orfano di padre, su cui gravava la responsabilità di un’intera famiglia, o la serenità di un vecchio sofferente per un cancro terminale? Come esprimere l’allegria dei momenti trascorsi a cantare e giocare con i bambini del villaggio o di quelli in cui ti “accerchiavano” con le mani protese per prendere una caramella, il dono per loro più ambito; e la freschezza e la forza delle ragazze della scuola professionale delle suore? Come comunicare la gioia e la pace profonda dei momenti di preghiera trascorsi in intimità con il Signore nella piccola cappella delle suore o la festa della Messa comunitaria della domenica con i canti accompagnati dal suono dei tamburi e dalle voci armoniose degli uomini e delle donne che si fondevano in un meraviglioso inno di lode a Dio?
Mi chiedo quindi cosa renderò al Signore per tutta la grazia che mi ha donato, per la ricchezza dell'incontro con ogni uomo che ha messo sul mio cammino?
A Mulagi ho capito che i veri poveri siamo noi, che ci definiamo ricchi e fortunati. Siamo poveri di tempo da dedicare agli altri, abbiamo sempre fretta, tanto da non accorgerci del fratello che all'angolo della strada chiede la nostra attenzione, più che la nostra elemosina. Le nostre giornate hanno ritmi frenetici, viviamo come se avessimo i minuti contati, tanto che a volte non si ha il tempo nemmeno per un saluto, per un sorriso da regalare e così anche il nostro vicino di casa o il nostro collega di lavoro è per noi uno sconosciuto. Spesso siamo “isole” nel mare dell'umanità e “muri” che dividono, invece di essere “porti” che accolgono e “ponti” che uniscono.
A Mulagi invece è il tempo che scorre lentamente, e non l'orologio, a scandire i ritmi della giornata; vi è tempo per tutto e per tutti: per i lunghi saluti, per la condivisione, per ascoltare, per percorrere un tratto di strada insieme ad un amico, per stringere nuovi legami e per rafforzare vecchi rapporti.
Ma ciò di cui noi siamo più poveri è la gioia di vivere; infatti , nonostante abbiamo tutto, siamo sempre tristi e insoddisfatti, alla continua ricerca di un qualcosa che ci manca.
Nella missione ho capito ancora una volta e ancora di più che ciò che è veramente importante è l’amore, gratuito e disinteressato, che porta ad uscire da sé stessi e dai propri egoismi e fa vivere nella gioia, quella vera, che non viene dal possedere determinate cose, ma è la gioia evangelica di chi vive nell'umiltà, quella degli “anawim Jahvè” (i poveri di Jahvè), che viene solo da Dio.
Il distacco da questa gente meravigliosa è molto triste e commovente. Durante il viaggio di ritorno a Kampala per ripartire per l'Italia, guardo avidamente ogni cosa intorno a me (per quello che si riesce a vedere a causa della nuvola di “polvere rossa” in cui siamo immersi e che ricopre tutto ciò che è sulla strada o ai suoi lati – alberi, uomini, macchine – cambiandone il colore naturale) per custodirla per sempre nei miei ricordi, ma mi accompagna la certezza che questo è solo l'inizio di un cammino.
Non so dove mi porterà la strada che ho cominciato a percorrere - la prossima estate partirò per il Cameroun - ma ormai il fuoco inestinguibile della missione arde dentro di me: quello che prima del mio viaggio era un pensiero che mi sfiorava appena, ora è la sola cosa a cui riesco a pensare.
Per questo ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questa mia esperienza missionaria, in primis il mio vescovo, mons. Angelo Spinillo, e padre Giuseppe Buono del P.I.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere) di Napoli, poi Anna Rienzo, gli amici e miei compagni di viaggio Antonio, Titti, Paolo, Federica, Enzo e Alessia, e soprattutto quelle eccezionali donne che sono le suore Ancelle Eucaristiche di Melito e di Mulagi, che pur non conoscendomi mi hanno accolto nella loro casa e soprattutto nella loro vita, diventando per me straordinari esempi di quotidiana missionarietà.
Ringrazio la gente di Mulagi che resterà per sempre nel mio cuore, così come resterà indelebile nella mia mente quell'interminabile strada rossa che porta al villaggio e prosegue oltre, e lungo la quale si incammina, dal sorgere del sole fino al suo tramonto, un popolo con le sue gioie e i suoi dolori, le sue ansie e le sue speranze, per me figura del popolo di Dio in cammino nel deserto verso la Terra promessa dove scorre latte e miele!
E attraverso loro, ringrazio il Signore che ha voluto rendermi partecipe di una gioia così grande e la Madonna che ha accompagnato tutti i giorni il mio cammino.
Auguro a tutti, soprattutto ai giovani, il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni, anche quelli che sembrano “folli”.
MARIA ROMANELLI
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